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Daniele Covarino

L'associazione Tangram mette a disposizione degli artisti coinvolti nel progetto uno spazio quadrato, 180 centimetri per lato, entro cui disseminare la propria visione. Lo spazio si chiama Hortus Artis ed ĆØ un luogo fisico e simbolico allo stesso tempo, l'orto dell'arte. Non ĆØ delimitato da una preziosa cornice che separa l'opera dal resto del mondo, nĆ© può essere considerato un semplice e asettico piedistallo su cui appoggiare delle sculture.

Nel riferimento all'orto, che nella storia dell'umanitĆ  segna la fine del nomadismo e l'inizio delle civiltĆ  stanziali, leggiamo un richiamo esplicito a un'idea ben precisa della cultura, che si lega alla radice etimologica della parola latina "colere", coltivare appunto. Questa accezione mette in rilievo la capacitĆ  dell'uomo di intervenire sull'ambiente esterno  assecondando le proprie esigenze, e si pone in contrapposizione dialettica con quell'idea di culturanalta e erudita, appannaggio di pochi eletti, che pure ha trovato spazio nella storia del pensiero occidentale. Se consideriamo l'etimologia del termine arte, ci troviamo di fronte alla medesima suggestione.

La parola latina ars ĆØ infatti la trasposizione della tĆ©chne greca, e sottintende un forte legame con la materia e con la capacitĆ  umana di trasformarla. Questa discendenza linguistica ĆØ andata però in contro alla stessa rimozione concettuale toccata in sorte alla radice materiale della cultura. L'attivitĆ  dell'artigianato ĆØ stata per lungo tempo relegata alla sfera del sostentamento, in netta contrapposizione a un'arte simbolica superiore, destinata alla contemplazione dei pochi privilegiati in grado di comprenderla . La frattura tra il piano alto-ideale e quello materiale dell'esistenza genera ancora oggi gravi e profondi fenomeni di esclusione,cui sarebbe necessario porre rimedio. La maggior parte delle persone, ad esempio, resta distante dalla produzione artistica contemporanea trovandola incomprensibile, talvolta con la 

complicitĆ  di critici e curatori che, ammantati dalla propria autorevolezza, preferiscono parlare a un pubblico esclusivo, fatto di collezionisti e addetti ai lavori. Seguendo questa strada l'arte ĆØ condannata a restare in posizione di arrocco, nella sua torre d'avorio, e i fruitori a non potersi dotare di strumenti estetici con cui interpretare e approfondire i molteplici aspetti aspetti della propria esistenza materiale. 

Fortunatamente però, esiste da sempre un modo diverso di approcciarsi alla questione e, anche nella storia del Novecento, alcuuni pionieri hanno lavorato a un progressivo allontanamento dall'idea di opera d'arte come rappresentazione cristallizzata e autorevole del bello, e adottato soluzioni estetiche che mirano invece al massimo coinvolgimento sensoriale del pubblico. In Pane, di Daniele Covarino, ritroviamo proprio questo spirito. Lo spettatore riconosce immediatamente le forme cosƬ familiari dei filoncini disposti all'interno dell'Hortus. Insieme alla vista si attiva subito il tatto, l'esigenza di esplorare con i polpastrelli la grana fragrante di quelle superfici. Toccandole si percepisce l'argilla fredda, e ci si rende conto della finzione, di assistere a una rappresentazione simbolica.

Se finisse tutto qua saremmo ancora una volta di fronte all'arte in scena, ironica tautologia che rende le distanze della realtĆ . Ma ecco che il video, medium del tempo reale per definizione, ci mostra lo scultore muoversi con gli stessi gestidel fornaio intento nel suo lavoro, ci coinvolge nella relazione tra l'oggetto e le sue rappresentazioni, in una sorta di ginnastica mentale che riporta l'opera sullo stesso piano quotidiano dell'esistenza. L'artista ĆØ tanto scultore quanto fornaio, vive ogni giorno le sorprendenti analogie che legano queste attivitĆ , le attese della cottura, l'impegno manuale, le alchimie tramandate dall'antichitĆ  attraverso cui l'informe diventa forma. Come il fornaio impasta la farina, solidi chicchi di grano fatti polvere impalpabile, che ritorna a essere materia solida sotto i palmi delle sue mani, cosƬ lo scultore ricava l'oggetto immaginato dall'argilla. Attraverso il pane, che potremmo definire l'archetipo dell'alimentazione, quest'opera di Daniele concilia dunque le due facce della cultura, trova nella capacitĆ  umana di plasmare la realtĆ  il denominatore comune di arte e artigianato, regalandoci la meraviglia e la bellezza del quotidiano, la sua complessa semplicitĆ . 

 

Alessandro Piergallini

 

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